Serreinfestival, alla scoperta della storia e dell’arte

Un viaggio attorno allo straordinario patrimonio storico, artistico ed architettonico di Serra San Bruno, probabilmente non ancora conosciuto per come meriterebbe, volto a far scoprire i tanti segreti di un tempo in cui le maestranze erano fiorenti. La seconda giornata del Serreinfestival ha rappresentato una immersione nel passato e si è esplicata, nella prima fase, in una visita guidata nelle chiese e nel centro storico durante la quale l’esperto Domenico Pisani ha rivelato le particolarità delle lavorazioni ed il loro significato. L’obiettivo del Serreinfestival è d’altronde quello di valorizzare i luoghi ed i saperi consentendo anche un’interpretazione critica dei fatti e delle prospettive.
In questa direzione è andato anche l’appuntamento pomeridiano consistito nella presentazione del libro “Serra e la Certosa di Santo Stefano del Bosco nel catasto onciario del 1755”. Nella premessa illustrativa il docente di Storia e Filosofia Luigi Vavalà si è concentrato sulle diseguaglianze sociali dell’epoca e su quelle attuali sottolineando “il coraggio storico degli autori di non omettere la realtà”. Se la scrittrice Maria Cirillo ha inteso “il catasto come specchio della società”, il direttore artistico del festival Armando Vitale, operando la sua dissertazione attualizzante, ha invitato a “riflettere sulle nostre condizioni e sugli intrecci tra società e politica” ricordando, in questo contesto, che “la realtà storica della Certosa” la quale “era motore del mondo economico e i certosini erano i feudatari di questo territorio”. Sugli aspetti tecnici del catasto onciario si è soffermato l’autore Vincenzo Cataldo che, analizzando la situazione socio-economica dell’epoca, ha rilevato le difficoltà di concretizzazione della mobilità sociale. Il collegamento tra passato e presente è stato completato da Domenico Pisani che ha specificato che “la straordinaria qualità dell’artigianato serrese non è riproponibile” e che “la grande maestranza serrese è finita, ma occorre recuperare la memoria e preservare quello che i nostri antenati ci hanno lasciato”. Chiaro il messaggio sintetizzato nella riflessione successiva: “la modernità è un fatto che va accettato”. Tra i passaggi salienti del libro vi sono il racconto della causa promossa da 3 artigiani (Giacomo Perri, Domenico Giancotti e Santo Timpano) che “si sono ribellati al regime feudale della Certosa” e la differenza di retribuzione tra la Certosa e gli altri Comuni (1 carlino al giorno contro 15) compensata però dalla presenza entro la cinta turrita di un ospedale (spezieria) accessibile a tutti e la distribuzione del pane agli indigenti tutti i giorni.

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