Pentito Mantella: “I clan avevano un sistema per corrompere i giudici”

“I clan avevano un sistema per corrompere i giudici”. Sono parole pronunciate dal collaboratore di giustizia Andrea Mantella, ex killer del clan vibonese Lo Bianco, contenute in un verbale agli atti dell’inchiesta “Genesi” condotta dalla procura di Salerno e che ha coinvolto Marco Petrini, presidente di sezione della Corte d’Appello di Catanzaro, accusato di prendere soldi e ricevere vari tipi di favore in cambio di sentenze “aggiustate”.
Il pentito, sentito dai magistrati di Salerno, descrive il modo in cui i clan Grande Aracri di Cutro, Giampà di Lamezia Terme, nonché le cosche del vibonese, avrebbero corrotto più di un giudice. I Grande Aracri, afferma il pentito (sentito, come si legge a verbale, nell’ambito di sette diversi fascicoli, compreso quello che ha dato luogo all’operazione “Genesi”), “attraverso fiumi di denaro cercavano di aggiustare processi, ci provavano in tutti i sensi”.

La “pratica era questa”, spiega il pentito: “Quando c’è un’associazione mafiosa, pure che tu rimani in carcere si fa il gioco di farti cadere, ad esempio, l’accusa di omicidio, e ti rimangono i 12 anni dell’associazione mafiosa”. Mantella, come riporta il Corriere della Calabria, non tira in ballo specifici processi, ma afferma: “Praticamente si impegna una persona distinta, un professionista distinto che si mette a disposizione attraverso diciamo grosse somme di denaro e tocca solo a quell’avvocato, a quel funzionario di mettere a posto quello che si potrebbe mettere a posto”.
E i Grande Aracri (con alcuni esponenti dei quali avrebbe trascorso un periodo carcerario) “erano tranquillissimi che la cosa sarebbe andata a buon fine; è come se fosse che già avevano scritta l’assoluzione in mano”. Il pentito, poi, parla anche del suo tentativo di lasciare la casa di cura dove stava scontando la pena, e per farlo, afferma di aver consegnato al suo avvocato 70mila euro per corrompere i giudici. Poi Mantella spiega ancora il meccanismo: “Addolcire significa che praticamente di fargli cambiare praticamente un’opinione negativa per il tuo cliente, ecco, allora praticamente cerchi di addolcirla in qualche maniera. La tattica, il sistema è questo: qualche Cartier, qualche Rolex e alla fine un pò di pazienza e ce la fai a uscire dal carcere. Tutti i miei episodi sono stati denaro in contanti”.

Andrea Mantella è imparentato con il clan Giampà di Lamezia Terme, (“ero il cognato di Pasquale Giampà, alias “buccaccio”, quello che è stato ucciso”, afferma a verbale), e ne parla a lungo coi magistrati di Salerno titolari dell’inchiesta “Genesi”, quella che ha coinvolto Marco Petrini, presidente di sezione della Corte d’Appello di Catanzaro. I pm, come riporta il Corriere della Calabria, gli chiedono dei collegamenti tra Pasquale Giampà, detto “tranganiello”, e i magistrati. “Tranganiello praticamente era un massone, aveva entrature nella massoneria”, e avrebbe avuto un “socio, non lo so se era un socio occulto”, che lavorava in magistratura, dice il pentito. Un rapporto, presunto, che Mantella avrebbe sfruttato per attenuare la sua pena in un processo. “Mio cognato Antonio Franzé – afferma – mi ha detto praticamente nel carcere di Siano quando io facevo il colloquio, mi ha detto “stai tranquillo che abbiamo speso un patrimonio. In questo caso, stando al pentito, in un processo per tentato omicidio in concorso, l’avvocato che avrebbe fatto da intermediario gli avrebbe riportato la proposta di un giudice: “O 24 anni al complice e Mantella lo facciamo uscire per un concorso in tentato omicidio, una cavolata, oppure 12 anni ciascuno”. Il tutto sempre in cambio di soldi.
(Lro/Adnkronos)

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